VIDEOZINE


MTNZ # 18.8 PLESSI

 in costruzione

FABRIZIO PLESSI 

Se n’è andato anche Fabrizio Plessi (1940-2026) ricordato come uno dei pionieri della videoarte in Italia, ma anche come artista che ha messo l’acqua al centro della sua ricerca, avendo come base la sua città di adozione Venezia.
E non è un caso che il nostro ultimo fuggevole incontro nel 2025, della durata di una o due fermate, sia avvenuto proprio su di un vaporetto, diretti alla Biennale.
Conoscevo Plessi dalla fine degli anni settanta e l’amicizia è proseguita negli anni. Plessi, che allora insegnava a Milano al Liceo Artistico Serale, venne a sorpresa con tutta la sua classe all’inaugurazione della mia mostra all’Arengario del 1979.
Non ricordo se fu prima o dopo, Plessi espose allo Studio D’Ars una installazione dove l’acqua, elemento fondamentale della sua ricerca, serviva a favorire la crescita del muschio di una fontana-aiuola che sembrava proprio un pube femminile.


Abituata ad avere a che fare con artisti e opere di ogni genere, Grazia Chiesa ci scherzava, ma era davvero un po’ scandalizzata. 

Chissà cosa avrebbe detto di Vulva o carpaccio? che Mario Tedeschi avrebbe realizzato, molti anni dopo, per Museo Teo. 


L’ultimo vero incontro fu alla Biennale del 2020, al Padiglione Venezia. Per l’occasione avevo scritto un piccolo racconto, ancora inedito: NEGRONI

Vernissage esclusivo a Venezia. Per fortuna il sindaco se n’è andato, dopo aver ripiegato e messo in tasca la sciarpa tricolore insieme alla mascherina; purtroppo lo strafalcione che ero sicuro di ricordare l’ho dimenticato. Saluto Fabrizio Plessi e mentre parliamo ricordando i bei tempi milanesi, una signora – per cui sono invisibile o forse ben visibile, ma… – si rivolge al Maestro, che ben presto si dimentica di me. Bene, posso mettermi in fila per lo Spritz. Mascherina fino all’ultimo, cerco di mantenere la distanza prescritta, che evidente a due altri simpatici ospiti sembra un buco da riempire subito. Vabbè… Non siamo in moltissimi, ma c’è sempre qualcuno che chiede all’amico in fila di ordinare anche per lui. La signora davanti a me chiede al figlio, alle mie spalle, se voglia qualcosa. Un Negroni dice lui. Lei si allontana dicendo al figlio di ritirare lui i due Negroni che ha ordinato. Ma è già il secondo, mamma… Non ti preoccupare, l’ho ordinato per tuo padre, lo vuole sicuramente…

Non se Fabrizio abbia preso un o Spritz o un Negroni…


Mi piace ricordare alcuni commenti comparsi su FaceBook, primo di tutti quello di Giuseppe Bordonaro: "Dove sono gli anni 70 a Milano, le mostre, gli incontri con gli artisti, le inaugurazioni, i dibattiti di Milano 80 al Palazzo Reale. E le cene a casa di Fabrizio Plessi, Christina Kubisch…"




MTNZ # 18.8 KLAUS

    KLAUS GULDBRANDSEN (1951-2026)

[Ph: Chiara Corio]

                                         

“Quando c’era Klaus mi veniva il buonumore.”  Così ricorda Carolina Gozzini un caro amico e un grandissimo fotografo: non era solo una questione personale, perché era genialmente ironico e surreale nelle battute come nelle fotografie.

Era fotografo, ma anche un bravissimo disegnatore, come dimostra questa tavola, più o meno del 1970.

                                  

Certo, mi legano a Klaus sessant’anni di condivisioni, vacanze, viaggi, ma è sul versante dell’arte che mi vorrei soffermare. Non solo ha partecipato a Sansistosei, la prima mostra di Museo Teo 

e partecipato ai suoi più importanti progetti, soprattutto negli ultimi quindici anni, ma piace ricordare la sua militanza nella brigata Poder Popular negli anni settanta, 


la mostra La documentazione differente (Out-Off, Milano,1979), 

che abbia sempre documentato anche tutte le mie mostre e sia stato di fatto il mio ritrattista ufficiale. Perché anche il ritratto, oltre alla fotografia scientifica e naturalistica era una delle sue specialità.

 

Ricopio il testo che avevo scritto per Il Piccolo Hansaldo e ripreso dalla rivista Italiaimballaggio, che mi sembra dicesse già tutto tutto su di lui: “Desidero ringraziare tutti i soggetti ritratti per la disponibilità e la pazienza che mi hanno sempre dimostrato durante le riprese” scrive Klaus nel suo volume Lisegrøn (vegetabilia): i soggetti ritratti sono – come si evince dal titolo – alberi, foglie, ambienti naturali. L’ironia è infatti un tratto costante che caratterizza il suo lavoro, si tratti di reportage o ritratti, ma riesce persino a farlo nella fotografia scientifica, laddove la creatività sembrerebbe impossibile, come in Prove di resistenza.  Ma creatività in fotografia è soprattutto saper cogliere l’istante, è la luce, la composizione: lo sguardo, in una parola. Tecnica impeccabile, amore della natura e capacità di cogliere l’attimo sono elementi fondamentali delle opere di Guldbrandsen, che gli permettono di evidenziare l’essenza delle cose, ma anche delle persone, si tratti del ritratto di Rita Levi Montalcini piuttosto che di un gruppo famigliare: dallo sguardo allo sguardo. (G.B)



    

                                        


https://museoteo.blogspot.com/2012/09/sopra-il-vulcano.html

https://5fvv71.blogspot.com/2012/10/sopra-il-vulcano-by-klaus.html


https://ilpiccolohansaldo.blogspot.com/2012/12/il-piccolo-hansaldo.html

https://ilpiccolohansaldo.blogspot.com/2013/01/klaus-guldbrandsen.html

https://museoteo.wixsite.com/museoteoartfanzine/mtaf-34


https://museoteo.blogspot.com/2014/04/la-casa-dei-fantasmi.html

https://museoteo.jimdofree.com/la-casa-dei-fantasmi/


https://museoteomilanomondo.blogspot.com/

https://iicparigi.esteri.it/fr/gli_eventi/calendario/expo-vernissage-milano-mondo-par-2/


https://anamorfosidelpresente.blogspot.com/

https://museoteo.blogspot.com/2025/03/senza-titolo.html


PER KLAUS

https://5fvv71.blogspot.com/2026/08/klaus.html


MTNZ # 18.7 AFRICA POP

AFRICA POP


Il Musée International d’Art Naïf Anatole Jakovsky di Nizza presenta, fino al 18 ottobre 2026, una mostra decisamente originale dedicata alle culture africane che trovano espressione nel campo del tessile e in particolare dei tessuti chiamati WAX, ma anche di oggetti di uso quotidiano, per scoprire un continente dove le stoffe sono supporto del linguaggio ed esprimono le voci delle donne. La installazione mette a confronto tessuti e oggetti con le opere di arte popolare africana della collezione del museo ed è accompagnata da un filmato che rivisita i rapporti tra abbigliamento tradizionale e il lavoro degli stilisti contemporaneo, chiaro omaggio a Seydou Keïta. La mostra è curata dall’antropologa Anne Grossfilley e dal sociologo Claude Boli con il direttore del museo Frédérique Olivier-Ghauli.

 



Il museo, circondato da un grande parco con piante ed essenze rare in cui è piacevole fermarsi per un pic-nic, propone un panorama unico sulla storia della pittura naïve anche se non del tutto coerente nella sua organizzazione nella distinzione tra d’Art Naïf e Art Brut, con opere di Bauchant, Bombois, Vivin, Séraphine, Rimbert, Lefranc, Rabuzin, Ivan et Josip Généralic, Lackovic, Grandma Moses, O’Brady, Haddelsey, Ligabue, Vivancos, le Douanier Rousseau, LeCarré-Gallimard. A queste si aggiunge un deposito del Centre Pompidou con opere di Bombois, Bauchant, Vivin, Séraphine, Rimbert e altri.



LeCarré-Gallimard

Il museo ospita anche una delle ultime installazioni realizzate da Ben Vautier, cui è dedicato ampio spazio.  



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MTNZ # 18.6 OUTSIDER ART

CRONACHE DI OUTSIDER ART

1 CANDIDI COME COLOMBE. ASTUTI COME SERPENTI

2 DIALOGHI

3 PAOLO BAROGGI



CANDIDI COME COLOMBE. ASTUTI COME SERPENTI

Galleria Maroncelli 12, Milano

https://maroncelli12.it/

28 maggio – 25 settembre 2026

Maroncelli 12, diretta da Antonia Jacchia, è una delle prime gallerie italiane dove esplorare il mondo comunemente chiamato dell’Art Brut, Outsider art, il mondo di artisti autodidatti che si formano e lavorano indipendentemente dai canoni del mondo dell’arte, il cui lavoro rimane autentico e visionario, con l’obiettivo di far dialogare l’Outsider Art con le varie tendenze dell’arte contemporanea, puntando sulla qualità.



La mostra Candidi come colombe. Astuti come serpenti è composta da una quarantina di opere Naïves di piccolo formato, provenienti dalla collezione Dino Menozzi. In mostra, tra gli altri, Enrico Benassi, Mario Bortolami, Giuseppe Gagliano, Rodolfo Macca, Lina Muzzi, Stanislao Ponzi, Toni Roggeri, Serafino Valla, Luciano Pecchini.

Il titolo della mostra è stato suggerito dalle parole di Zavattini in un frammento del documentario “Naïf del mondo: Italia”, 1975, di Gianpaolo Tescari.

Li hanno definiti ingenui, sognatori, profeti del passato, primitivi. Eppure il fenomeno dell’arte Naïve è tutt’altro che omogeneo. Arte spontanea, pura ma gli autori non sono dilettanti che imitano gli artisti famosi. Sono autodidatti, diversi nello stile ma estremamente originali.

La mostra, oltre a esporre le opere di piccolo formato, tanto caro ai Naïfs (28 gli artisti presentati), offre la possibilità di consultare in galleria diversi volumi e cataloghi dell’epoca. Tutto materiale raccolto e ordinato da Menozzi in una collezione di libri sul tema, rilevata in precedenza dalla galleria. Un particolare ringraziamento va quindi a Dino Menozzi che guidato dal suo fiuto e soprattutto da una forte passione per l’arte, nelle sue incursioni nella Bassa padana, ha fatto incetta di opere e di aneddoti. Un lavoro di ricerca minuzioso che unito al desiderio e alla consapevolezza della necessità di farla conoscere, lo ha portato alla fondazione, nel 1974, della rivista trimestrale “L’arte naïve”, pubblicata fino al 2002.


Nel corso della inaugurazione Bianca Tosatti ha raccontato le vicende dell’Art Brut e dell’Outsider Art e di tutta la storia dell’arte del novecento.

[Dino Menozzi e Bianca Tosatti]


DALOGHI

Palazzo Maurea, Chieuti

17 agosto 2026

Presentazione del libro di Antonio Dragone, ed. Sensibili alle foglie, 2025

A cura di Bianca Tosatti

con Antonio Dragone (operatore socio-educativo presso una cooperativa di Parma collabora con il PUP, Polo Universitario Penitenziario di Parma, dove incontra e dialoga con studenti e insegnanti) e Maria Inglese (medico psichiatra, ha diretto l’UOS Salute Mentale e Tossicodipendenza negli istituti penali di Parma, ora lavora presso il Serdp delle Valli Taro e Ceno).

“Questo testo è un viaggio inaspettato dentro una reclusione che oltre ad essere esterna è, prima di tutto, interiore. Una prigionia dalla quale evadere con la letteratura, la filosofia, l’educazione, la pedagogia, anche la psicologia. I dialoghi sembrano creare una mappa morale nella quale cercare -trovare forse non è sempre possibile- ristoro, una tregua, riposo, libertà.

Il viaggio si intraprende equipaggiati se possibile, in questo caso accompagnati”.




PAOLO BAROGGI

di MICHELE MUNNO


Sono stato molto amico di Paolo Baroggi e ho saputo con dolore che è morto poche settimane fa. Per questo ho deciso di dedicare qualche incontro a lui con le poche persone care e sensibili che frequentiamo d’estate. Ho tirato fuori dai cassetti le tre opere che ho voluto tenere per me e le ho appese qui, in questo atrio della grande casa di Chieuti.

Paolo era nato a Como nel 1967, era un uomo grande e grosso, molto forte ed esibiva una fisicità incontrollabile che poteva diventare molto aggressiva. Si vestiva da nazi-skin, con scarponi ferrati, giubbotti borchiati e svastiche, ed ossessionato dal suono di alcune parole tedesche e di alcuni gesti come il saluto nazista.

Era un “picchiatore”: atterrava medici e infermieri, un giorno scardinò dal marciapiede una cabina telefonica per mettere le mani sulla ragazza che stava telefonando… Guidò un drappello di suoi compagni fino alla fermata d’autobus in paese al grido: “andiamo a Rimini a puttane!”

Ma venne curato con sapienza e coraggio da tutti gli abitanti del paese che lo conoscevano, dal personale medico e da noi amici che frequentavamo il Fatebene come un grande e variegato Centro Culturale, ma soprattutto dal padre (adottivo!), l’ingegner Baroggi, un signore prudente e generoso che ha sempre partecipato attivamente ai nostri progetti.

Frequentò per alcuni anni indimenticabili l’atelier che coordinavo a San Colombano al Lambro, presso l’Ospedale Fatebenefratelli.

Prese la pittura di furia, come faceva lui: gesto immediato, senza pentimento; colore gravido e gocciolante sulle vecchie lenzuola d’ospedale o su grandi carte povere. A lui e a me piaceva che non avesse mai paura del troppo pieno o del troppo vuoto. A lui e a me piaceva la sicurezza connaturata alla sua personalità: gesto puro che non copia niente, che esiste solo per energia, senza l’appoggio di un significato.

Infine la scrittura: Paolo ripete il suo nome più e più volte sulla tela, spesso lo scrive in corsivo sottile e disordinato insieme con le parole simbolo della sua ossessione: Germania, Deutschland, Porsche, Tank, Schwarzenegger, Oktoberfest…

I collezionisti più importanti del momento si innamorarono del suo “dripping”, del gesto di una violenza che il papa chiamerebbe disarmata, del suo colore anarchico e cruciale: oggi i suoi lavori sono nelle più prestigiose collezioni del mondo, ma…

Lo chiamai, qualche anno fa, chiedendogli cosa faceva, se dipingeva ancora… troncò velocemente. Non mi interessa più, disse e chiuse la telefonata.

https://maroncelli12.it/artisti/paolo-baroggi/



MTNZ # 18.7 

Musée International d’Art Naïf Anatole Jakovsky di Nizza



MTNZ # 18.5 AMENDOLA E RACITI

 AMENDOLA & RACITI

Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo Milano, Bernini, Canova, Michelangelo.  Palazzo Reale, Milano. Dal 16 giugno al 6 settembre 2026

https://www.palazzorealemilano.it/-/aurelio-amendola



Riporto la presentazione della mostra: “Aurelio Amendola torna a esporre a Palazzo Reale di Milano a trent'anni dalla mostra personale Cappelle Medicee (1995): dal 16 giugno al 6 settembre 2026 lo spazio espositivo in Piazzetta Reale ospita "Aurelio Amendola. Capolavori fotografati. Burri, Vedova, Nitsch, Duomo di Milano, Bernini, Canova, Michelangelo" Attraverso 85 fotografie di grande formato, realizzate tra il 1976 e il 2025, il progetto espositivo celebra gli aspetti più emblematici della ricerca di Aurelio Amendola (Pistoia, 1938), figura centrale della fotografia d’arte contemporanea che, con il suo sguardo sensibile e intenso, si distingue per la capacità di attraversare la storia dell'arte e trasformare la luce in racconto. Cuore della mostra è il dialogo che il fotografo ha saputo instaurare, attraverso il proprio obiettivo, con alcuni dei più grandi protagonisti della storia dell’arte.

Dalle sculture immortali di Michelangelo Buonarroti (1475–1564), Gian Lorenzo Bernini (1598–1680) e Antonio Canova (1757–1822), fino alla forza espressiva del contemporaneo – rappresentata da Alberto Burri (1915–1995), Emilio Vedova (1919–2006) e Hermann Nitsch (1938–2022) – le sue immagini rivelano tanto la vita segreta delle opere quanto l’identità profonda degli artisti.

A questa ricerca si affianca una sezione dedicata al Duomo di Milano con una serie di scatti inediti che indagano la cattedrale come organismo plastico e materia scolpita: non solo architettura, ma vera e propria scultura attraversata dalla luce e dal tempo”.

Amendola è un grande fotografo, padrone della tecnica e del gioco delle luci. Belle le foto delle opere d’arte del passato, ma è nei ritratti dei tre grandi artisti che raggiunge l’apice e ce li presenta come realmente sono: li riconosco come li ho conosciuti. 

(gb)





A Palazzo Reale fino al 20 settembre c’è anche la mostra di Mario Raciti.

https://www.palazzorealemilano.it/-/mario-raciti.-opere-1952-2025-1

Questo è il ritratto che gli ho fatto.