1. ARNULF RAINER [1929-2025]
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| [(c) Giovanni Bai] PENSIERI di BIANCA TOSATTI |
Cari Amici,
Arnulf Rainer è morto il 18 dicembre, per fortuna molto anziano. Mi decido solo adesso a scrivere alcune note sull’amicizia che ci ha unito. Ci incontrammo nel 1974 a Milano, dove Gianfranco Bruno aveva allestito in Palazzo Reale una mostra che rivoluzionò il modo di vedere e considerare l’arte contemporanea, “La ricerca dell’identità”. Sono passati molti anni, io insegnavo ed ero giovane. Da allora ho tenuto ben fermo il riferimento del lavoro di Rainer a un
fondale espressivo originario che metteva in dubbio i tradizionali confini fra
arte acculturata e arte spontanea: incominciai a interrogarmi sulle teorie
dubuffettiane, senza escluderle, ma studiandole con accanimento critico. In seguito, con Rainer vivemmo intensamente una stagione veneziana legata ad una sua mostra monografica che organizzai all’Abbazia di San Gregorio: in quell’anno (1985-86) andavo e venivo da Vienna viaggiando in treno di notte per non perdere neppure un giorno di insegnamento; sperimentavo le enigmatiche sensazioni del trainspotting, come Rainer mi spiegò molti anni dopo, a Helsinki nella splendida stazione di Saarinen. Da tempo sapevo la sua maniacale cupidigia nel raccogliere materiali
prodotti in stato di alterazione della coscienza: libri, scritture, disegni,
dipinti, sculture (per me – diceva – rappresenta un
esercizio più spirituale che non artistico. Ho sempre cercato di spiegare che
questo materiale è molto più importante dell’arte attualmente celebrata che
possiede un vocabolario più limitato e convenzionale…). Sognavo di visitare la sua collezione privata in cui erano comprese le pitture a quattro mani eseguite con gli artisti di Gugging che nel frattempo, grazie a Johann Feilacher, mi diventavano familiari e riuscivo a esporre a Pavia e Genova (Figure dell’anima,1998). Dopo molte vicissitudini personali riuscii finalmente a raggiungere Enzenkirchen, sostenuta dall’aiuto prezioso di Hannelore, gentile ed efficientissima compagna di Rainer. La visita era stata concordata nel 1999, incoraggiata da un progetto di
mostra milanese presso la Fondazione Mazzotta nel 2001 che purtroppo fallì. Ma le ore passate nella bellissima residenza privata di Rainer sul Danubio
mi hanno lasciato profondi segni nell’anima (e una dettagliata schedatura
scrittografica nel mio archivio). Perché le mostre della sua collezione che poi furono finalmente allestite
non parlano di tutte le opere che vidi? Perché nessuno citò Klee, Giacometti, Kupka, Rouault, Dubuffet, Schiele?
Questi autori infatti erano compresi in una ordinatissima cassettiera dove
erano conservate diverse centinaia di fogli, molti dei quali anonimi, altri pressoché
sconosciuti, altri ancora riconducibili ai nomi più noti e celebrati dell’Art
Brut. Solo per citare due esempi: nella bellissima mostra organizzata da Antoine de Galbert nel 2005 a Parigi, a “La maison rouge”, le opere erano state severamente selezionate da Roger Cardinal soltanto su un registro rigorosamente Brut e anche nella mostra che attualmente è in corso a Baden proprio su questo tema (“Arnulf Rainer & Art Brut”), vedo dal catalogo che ho sotto gli occhi che sono pochissime le opere dalla sua originaria collezione, nemmeno quelle che mi prestò per alcune mostre memorabili. Non sono scherzi di memoria, ho verificato: con qualche collezionista amico ricordiamo il complesso articolato della enorme collezione originaria. Allora ripenso alla libertà di intrecciare gli stimoli
che era documentata sui muri del castello: i gesti di Rainer a collegare e
graffiare con il corpo e lo spirito i fogli poveri appesi sulla dormeuse, le
cancellature annodate come grovigli misteriosi di nervi e vene, le linee e le
lettere che appuntano quelle schegge di delirio alle sue baluginanti
ossessioni. Anche allora, prima di Natale, gli mandai la “spongata”, un dolce delle campagne di Parma fatto di frutta secca e miele: lo divorò in pochi morsi, da cannibale. |

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